Italica canotta
venerdì, 26 giugno 2009

Incontro nel deserto

Spirito indipendente e avventuroso, Knud Holmboe giunse per la prima volta in Nord Africa nel 1924, e vi tornò a più riprese. Incontro nel deserto racconta il viaggio – che nelle intenzioni avrebbe dovuto raggiungere La Mecca – compiuto in macchina nel 1930 dal Marocco al confine tra Libia ed Egitto attraverso il Sahara. Nessun europeo aveva mai compiuto una simile traversata, e la situazione politica di quei territori (alcuni sotto il dominio francese, altri occupati dagli italiani) rendeva qualsiasi straniero sospetto agli occhi delle tribù indigene e dei governi coloniali. Holmboe poté muoversi in quelle zone in quanto parlava l’arabo, si era convertito all’Islam e aveva fatto propri i costumi e il modo di sentire di quelle genti.
In queste pagine, che ritraggono in modo unico la mentalità e le tradizioni musulmane, non c’è alcuna idealizzazione di quel mondo, ma piuttosto un grido d’accusa contro le sofferenze imposte a quelle popolazioni dalle «civilizzate» nazioni europee: in particolare, sono descritte in modo vivido e straziante le atrocità perpetrate dal colonialismo italiano in Libia. Amante del rischio, animato da un forte senso di giustizia e curioso della vita e del mondo, Holmboe andò incontro con serena consapevolezza al collezione proprio destino. Ed è curioso pensare come la morte lo abbia colto non lontano da Aqaba, la città che durante il primo conflitto mondiale vide una delle più grandi imprese di Lawrence d’Arabia, cui per certi versi la sua figura si avvicina.

Un brano

"L’Europa è poco informata su ciò che succede nel Nord Africa, soprattutto nella colonia italiana della Cirenaica, dove per il diciannovesimo anno consecutivo una nazione si difende contro una forza superiore schiacciante. E come potrebbe essere informata, l’Europa? Pochissimi europei che visitino l’Oriente parlano la lingua del popolo; e i telegrammi che arrivano da Bengasi o da Derna provengono tutti da fonti italiane e riferiscono soltanto di casi in cui un europeo è stato assalito dai 'ribelli' nell’interno. Ma perché avvengono questi assalti? Perché la placida popolazione araba, la cui religione predica la morigeratezza e la tolleranza, è diventata 'ribelle'? Il presente libro intende occuparsi proprio di questo."

Dedicato a chi ancora pensa che gli italiani siano 'brava gente'

 

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venerdì, 26 giugno 2009

Incontro nel Deserto

Spirito indipendente e avventuroso, Knud Holmboe giunse per la prima volta in Nord Africa nel 1924, e vi tornò a più riprese. Incontro nel deserto racconta il viaggio – che nelle intenzioni avrebbe dovuto raggiungere La Mecca – compiuto in macchina nel 1930 dal Marocco al confine tra Libia ed Egitto attraverso il Sahara. Nessun europeo aveva mai compiuto una simile traversata, e la situazione politica di quei territori (alcuni sotto il dominio francese, altri occupati dagli italiani) rendeva qualsiasi straniero sospetto agli occhi delle tribù indigene e dei governi coloniali. Holmboe poté muoversi in quelle zone in quanto parlava l’arabo, si era convertito all’Islam e aveva fatto propri i costumi e il modo di sentire di quelle genti.
In queste pagine, che ritraggono in modo unico la mentalità e le tradizioni musulmane, non c’è alcuna idealizzazione di quel mondo, ma piuttosto un grido d’accusa contro le sofferenze imposte a quelle popolazioni dalle «civilizzate» nazioni europee: in particolare, sono descritte in modo vivido e straziante le atrocità perpetrate dal colonialismo italiano in Libia. Amante del rischio, animato da un forte senso di giustizia e curioso della vita e del mondo, Holmboe andò incontro con serena consapevolezza al collezione proprio destino. Ed è curioso pensare come la morte lo abbia colto non lontano da Aqaba, la città che durante il primo conflitto mondiale vide una delle più grandi imprese di Lawrence d’Arabia, cui per certi versi la sua figura si avvicina.

Dedicato a chi va ancora dicendo in giro che abbiamo portato la 'civiltà' in Libia. Gli italiani erano crudeli, arroganti e sanguinari. In una parola: colonialisti.

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lunedì, 13 aprile 2009

 La macchina delle bugie

Loris Mazzetti, regista, capostruttura di RaiTre, è stato stretto collaboratore di Enzo Biagi. Con 'La macchina delle bugie' mette nero su bianco fatti e misfatti della Rai (ma non solo), raccontandoci anche gli effetti distorti di una televisione capace di elaborare strategie comunicative utili soltanto a bruciare le notizie, lasciando così lo spettatore senza una reale informazione. “Il libro racconta fatti dimostrati, nessuno può dire che quello che racconto non è accaduto. Angelo Maria Petroni mi ha querelato in sede civile e penale. Si è sentito insultato perchè ho scritto che il suo comportamento nella vicenda Saccà, come quello di altri del Cda della Rai, è stato dettato da ragioni politiche e non aziendali”, dice Mazzetti. Tutti sanno che la televisione pubblica ha vissuto spesso di logiche dettate non dall'utile dell'azienda ma dai favori per i politici di turno: destra, sinistra o centro non importa. Però leggere una serie di fatti, elencati con precisione e con nomi e cognomi, lascia l'amaro in bocca.
Qualcosa per Mazzetti comunque si salva: “Tanti bravi giornalisti a cui non viene data l'opportunità di fare inchieste, alcuni programmi di approfondimento, RaiNews24. Se ne avessi la possibilità cercherei di difendere RaiTre con i denti perchè rimane l'unico luogo di libertà che questo governo cercherà di distruggere appena saranno nominati Presidente e Direttore Generale”. Nel libro anche una bella intervista a Roberto Saviano su Camorra e politica, nella quale si conosce Roberto come persona e non come simbolo. Le intercettazioni telefoniche tra Saccà e Berlusconi (quanto un uomo può abbassare la schiena per servire qualcuno?), l''editto bulgaro' che ha visto estromettere Biagi, Santoro e Luttazzi, i casi di censura, le mille facce del revisionismo storico, dipingono un ritratto impietoso quanto veritiero di quello che è diventata oggi la televisione.
Loris Mazzetti, 'La macchina delle bugie', BUR, 2008, Euro 10.

Cristiano Tinazzi (Il Mucchio, aprile 2009)
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lunedì, 30 marzo 2009

Il Mucchio di aprile

6 OPEN
Lettere aperte
12 PRIMO PIANO
Mauro Pagani, Crisi, quale crisi?, Daniel Lanois, Zen Circus,
Bisogno urgente, La modernità vecchia, Bilbolbul, Patti Smith, Nannucci, Blogosfera, The Cage...
53 MUSICA
54 INTERVISTE
Neko Case, Depeche Mode, Wildbirds & Peacedrums
60 FUORI DAL MUCCHIO
Uochi Toki, Les Fauves, Tellaro, Gea, Baby Blue, En Roco...

E tanto altro...

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sabato, 28 marzo 2009

Indovina chi viene a cena?

In questo periodo sto leggendo 'A cena con i terroristi', la storia dell'odissea del giornalista Phil Rees, che l'ha portato da Belfast a Bilbao, dal Kashmir a Il Cairo, da Kabul a Baghdad. Che l'ha condotto a condividere una bottiglia di rum con i guerriglieri in Colombia, o a discutere animatamente davanti a una tazza di the con uomini armati, nello Sri Lanka. E a seguito di questi colloqui, Rees rifiuta un mondo dove il bianco e il nero sono delimitati da precise linee di confine, per scoprire gli uomini dietro alle maschere, i loro ideali, le loro aspirazioni. Mentre il mondo occidentale si sta confrontando con un nemico chiamato, vagamente, 'terrorismo'. l'autore indaga sulla domanda fondamentale: "Chi è un terrorista?".

Nuovi Mondi Media, 2006.

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venerdì, 08 giugno 2007

Libri che fanno pensare

 

Da un materiale di migliaia di pagine e di oltre cento conversazioni, è stata ricavata una scelta, distribuita tematicamente in varie sezioni: le origini di Kapuscinski, le ragioni che lo hanno portato a scegliere la professione di reporter, il suo approccio alla materia, la sua visione del mestiere, il modo di scrivere, gli stili adottati, le tematiche dei singoli libri, la profonda trasformazione del mestiere di reporter rispetto all'epoca in cui non imperversavano i media. Questo libro è un'occasione per comprendere i ferri del mestiere di un grande reporter e il modo di adoperarli sia dal punto di vista tecnico che morale. Per conoscere la profonda etica umana e ontologica di un uomo cresciuto nella miseria più nera che nel suo lavoro mette al primo posto la comprensione e il rispetto per le sofferenze degli altri. Dietro alla professionalità di Kapuscinski sta infatti qualcosa di molto speciale, di mite e nello stesso tempo durissimo: la vocazione.

Nato a Pinsk (attuale Bielorussia), da alcuni anni aveva scelto la capitale polacca come la città in cui vivere e scrivere. Maestro per molti giornalisti e reporter, Kapuscinski sapeva mixare magistralmente la cronaca dei grandi avvenimenti – rivoluzioni, colpi di stato, guerre, lotte per l'indipendenza - con quella spicciola del quotidiano, con le piccole storie quotidiane degli uomini e delle donne che loro malgrado a quei grandi eventi avevano assistito, partecipandovi più o meno consapevolmente.

Le sue opere, tradotte in oltre 30 lingue, hanno venduto milioni di copie.

Biografia
Vincitore nel 2003 del Premio Grinzane e del Premio Príncipe de Asturias, più volte candidato al Nobel per la Letteratura, Kapuscinki nacque il 4 marzo 1932 a Pinsk, studiò arte e storia all'università. A 17 anni iniziò a fare il giornalista.

Tra il 1959 e il 1981 lavorò presso l'agenzia di stampa polacca PAP e, grazie a ciò, viaggiò moltissimo e fu testimone di un'infinità di grandi eventi in Africa, Asia e America latina. In quegli anni presenziò a 27 rivoluzioni, seguì 12 guerre e per quattro volte fu condannato alla fucilazione a causa della sua instancabile curiosità, mai proclive a compromessi.

Kapuscinki seguì in prima persona il processo di decolonizzazione dell'Africa, la caduta di Allende in Cile nel 1973 e la rivoluzione iraniana. A partire dagli anni Ottanta iniziò a collaborare con la stampa internazionale e, in particolar modo con il New York Times e la Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Il suo primo libro che ebbe una eco internazionale fu Imperium, scritto nel 1978 e pubblicato nel 1994 in Italia, sulla caduta di Haile Selassie in Etiopia. Da lì una sequela di successi consultabili sul sito Internet della Feltrinelli, suo editore in Italia.

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sabato, 02 giugno 2007
Riporto uno stralcio di un articolo dell'amico Walter, compagno di mille avventure e collega, prematuramente scomparso, con il quale ho diviso diversi viaggi all'estero, l'ultimo dei quali in Libano.
VIAGGIO AL TERMINE DELLA GUERRA
 
L’aeroporto di Beirut appare esattamente come qualsivoglia altro scalo internazionale del quale il nostro globo terracqueo è disseminato. Non fosse per i passeggeri in partenza ed in arrivo che posso contare sulle le dita di una mano, non darei affatto per scontato che sto visitando un paese ch’era in guerra sino a pochi giorni addietro. Infatti i miei compagni di viaggio sono realmente i primi del dopoguerra dato che sono sbarcato con uno dei primi voli ripristinati dopo la tregua che ha messo termine, almeno per il momento, all’ultimo sanguinoso conflitto con Israele... Grazie al cielo da Nassirya leviamo presto le tende. Altra saggia decisone della compagine subentrata recentemente al governo, dopo cinque anni di totale asservimento all’imperialismo statunitense dell’ex piazzista nazionale Berlusconi. Quantomeno in politica estera, ed in questo soprassiedo sui prevedibili guasti che provocherà in politica interna e già ben visibili da una prima lettura della legge finanziaria che sarà approvata in questi giorni, il governo Prodi si sta dimostrando certamente più prode di chi ha inviato i nostri militari al seguito di avventure disastrose lontane anni luce non soltanto dalla nostra civiltà, ma perfino dai nostri stessi interessi nazionali. 
La fine del conflitto è celebrata in tutto il paese, come del resto nella vicina Siria, in Giordania, e immagino anche negli altri paesi arabi, come una vittoria, anzi una “Divina Vittoria”- come recitano decine di poster disseminati un po’ovunque, insieme alle gialle bandiere del partito di Dio lungo le arterie principali della metropoli che dall’aeroporto conducono verso il centro cittadino...
...Beirut era invece paragonata a Parigi e quando il taxi approda a lato del lungomare di Corniche, guarda caso proprio in avenue de paris, non ho difficoltà a capire il perché. Qui nulla assomiglia all’oriente e tutto al nostro continente, perfino la toponomastica ricalca quella della Grand Ville. Niente suk nel centro cittadino e soltanto i minareti delle moschee, che svettano insieme ai campanili delle chiese cristiane, ricordano che sono a Beirut e non a Roma oppure Londra. Così come i palazzi sventrati o crivellati di colpi residui della guerra civile.
Beirut è una città decisamente in grado di travolgere il visitatore e trasportarlo estasiato attraverso le sue strade che s’inerpicano tra i colli molto più che a Roma, infatti la voglia di vedere, conoscere, mi assale immediatamente. Visitare la metropoli, più che una passeggiata, è vero trekking. Ed inerpicarsi tra i viali ascendenti con il caldo più opprimente che abbia mai provato se non nel deserto a Petra o Wadi Rum in Giordania è di per se un’impresa, ma non cedo alla tentazione di richiamare l’attenzione di uno dei tanti taxi in circolazione, per fotografare occorre osservare ed è un lavoro che si fa a piedi, non correndo veloce a bordo di un’autovettura. Poco importa così il fiato corto e la levataccia per prendere il volo stamane: mi concedo giusto il tempo di posare i bagagli in hotel, sbrigare le formalità, prima di avviarmi verso il centro metropolitano tra palazzi moderni, sfarzosi hotel e caffè parigini. Mi basta girare l’angolo del vicolo dove risiedo e percorrere meno di cento metri per trovarmi al centro degli accadimenti recenti e passati della metropoli. Infatti all’angolo tra rue Ibn Sina e rue Fakhr ed-Dine posso scorgere a sinistra, soltanto scorgere dato che militari armati presidiano l’accesso alla strada transennata, il luogo dell’attentato nel quale il 14 febbraio 2005 ha perso la vita, insieme ad altre 22 persone, il primo ministro Rafik Hariri...
...All’angolo opposto della strada svetta uno degli hotel più sfarzosi della metropoli: l’InterContinental Phoenicia. Alle spalle dello stesso l’altrettanto svettante struttura portante dell’Holiday Inn, testimonianza di sfarzi passati soltanto intuibili in questo caso, dato che quanto rimane dell’hotel è forse la più appariscente testimonianza della guerra civile. L’esercizio era stato inaugurato malauguratamente poco prima dell’inizio della tragedia nazionale e divenne in breve una postazione primaria per i cecchini tanto da attirare il fuoco di armi di ogni calibro. Così è rimasto da allora, crivellato di proiettili, in attesa di decidere cosa farne e da queste parti le decisioni hanno spesso tempi lunghi, ma esistono anche eccezioni, infatti Down Town è stata completamente rifatta al termine della guerra civile. Se bene, oppure male, non spetta a me dirlo dato che è la prima volta che visito il Paese e pertanto non ho idea di come fosse prima, ma sicuramente l’insieme appare un po’ artificiale. Come le quinte di Hollywood, almeno questo è l’effetto visivo immediato delle strade che portano a Place de l’Etoile: il centro del centro dominato dal palazzo del Grand Serrail d’epoca ottomana ed oggi sede del parlamento. Tra moschee, rovine archeologiche romane e cattedrali nulla testimonia che il paese era in guerra soltanto una settimana addietro, fatte salve le aspre immagini del conflitto allestite in piazza Stella e meta di pellegrinaggio continuo.
Decido di recarmi in Rue Hamra. Durante la guerra civile, quando il centro metropolitano fu trasformato in un cumulo di macerie, numerose imprese commerciali e negozi si spostarono nel quartiere. Oggi la zona ha perso certamente un po’ d’importanza a causa della ricostruzione del quartiere centrale e della crescente popolarità del quartiere di Achrafiye nella parte orientale di Beirut, ma rimane uno dei centri vitali della capitale. Rue Hamra diverrà nei giorni trascorsi a Beirut, meta fissa d’ogni mattina, perché qui ha sede il Ministero della Stampa e dell’Informazione. Qui intendo cenare in uno dei tanti ristoranti che offrono le consuete delizie della cucina araba e le varianti del Paese dei Cedri, a prezzi meno proibitivi di Down Town, ma soltanto dopo essermi concesso il piacere di un bagno in mare ed il tramonto con la vista, un po’ da cartolina, ma immancabile, degli Scogli del Piccione.
Se il bagno è ristoratore dopo una giornata sotto il sole cocente, il petrolio che invischia i miei piedi all’uscita sulla rena scoraggia decisamente la ripetizione della comunque piacevole esperienza ed è il primo segno tangibile del conflitto che si è consumato. Un segno che porterò con me ancora per molti giorni dato che la sostanza oleosa color orbace non si laverà facilmente. Gli israeliani hanno ben pensato di colpire una centrale elettrica durante i loro raid aerei ed in mare si è riversata una marea nera che corre lungo la costa a seguito delle correnti ed i cui danni non sono ancora stati stimati, ma interesseranno il paese, oltre alla flora ed alla fauna ittica incolpevoli, per lunghi anni a venire. Il secondo segno tangibile che in Libano la normalità non è stata del tutto ripristinata è la mancanza di energia elettrica nel mio hotel per tutta la notte. Non così invece nel vicino Phoenicia, l’hotel cittadino preferito dalla ricca borghesia che ospita tanti corrispondenti dei maggiori media internazionali. Niente candele per chi può permetterselo insomma, anche in guerra i privilegi rimangono tali. Dopodomani mi raggiungerà Cristiano, via terra dalla Siria - un collega ed un amico con il quale abbiamo progettato il viaggio senza sapere che anziché un reportage sul conflitto avremmo documentato il primissimo dopoguerra nel paese. Nell’attesa, decido di recarmi nei quartieri a sud interessati dai bombardamenti. Il modo più semplice è procurarsi una buona cartina di Beirut, farsi indicare la zona da un locale e fermare il primo tassista in circolazione.
Non sarà il primo a portarmi in loco, ma soltanto il terzo perché ben due autisti si rifiutano di prendere corse in quella zona. Chissà perché, non riuscirò a spiegarmelo neppure dopo una prolungata presenza nel paese. Il quartiere sciita di Dakie è decisamente arabo, almeno quanto rimane in piedi intendo. Perché un palazzo ogni due è ridotto ad un cumulo di macerie. Decine di scavatrici sono al lavoro per rimuovere quanto resta di quelli che erano palazzi ed ora sono soltanto montagne di blocchi di cemento, vetro, masserizie e travi dalle quali chi ha perso tutto è intento a recuperare qualche misero ricordo. Misero, ma importante perché rappresenta pur sempre un frammento della propria vita stravolta dalla catastrofe per decine di uomini, donne e ragazzini intenti a scavare. Si scava, ci si arrampica e ci si intrufola tra macerie, balconi e cornicioni decisamente instabili con non poco ardimento, o forse soltanto sconsideratezza. Infatti dalle rovine franano a tratti sulla strada macerie di varie dimensioni che grazie al cielo sollevano soltanto un gran polverone, almeno per oggi, dato che nessuno si è trovato a passarci sotto nel momento sbagliato. L’odore della morte appesta l’aria ed lo stesso in ogni dove dopo tragedie di questa portata.
Rima Esper ha sedici anni e sta cercando tra i resti di quella che era stata casa sua sino a due settimane fa quanto riesce a ritrovare: fotografie che la ritraggono sorridente insieme ad amici ed amiche, i quaderni di scuola. Anche sua mamma Samira è all’opera. Entrambe non portano in testa nulla al di fuori dei loro capelli, entrambe sono sciite, e questo la potrebbe dire già lunga su tanti stereotipi in voga oltre che sulla diffusa ignoranza verso il mondo altro che ammorba il nostro Paese ed i suoi eminenti politologi da talk show televisivi. Rima ha il fidanzatino che è cristiano maronita e questo non rappresenta affatto un problema. Infatti Samira acconsentirà l’eventuale matrimonio se la cosa durerà. Questo è il Libano oggi. Un paese che ha tratto dal passato la dovuta, benché dura, lezione e dove oggi la composizione etnico-confessionale rappresenta una ricchezza oltre che un modello di convivenza da esportare non soltanto per i vicini che a dire il vero convivono abbastanza bene, ma anche per i vertici delle varie fazioni del potere che tale lezione sembrano non averla tratta affatto dato che qui i rimpasti di governo si consumano eliminando fisicamente l’avversario.
Un metodo che inevitabilmente rischia di travalicare le alte sfere e coinvolgere la piazza. E probabilmente una qualche lezione dal Paese dei Cedri dovremmo trarla anche noi europei a fronte di nascenti pregiudizi e forme di razzismo indegne di un paese che si vorrebbe civile.
Il fascino del Libano è proprio l’unione nella diversità e questo viaggio avrà modo di confermarmelo pressoché ogni giorno in ogni landa che visiterò, in ogni chiesa stracolma di ventenni in preghiera così come nelle moschee, osservando e parlando con la gente comune. Dopotutto un paese si può conoscere solo così ed questa probabilmente la differenza tra quanto mi sono proposto con Cristiano e il lavoro di altri colleghi: Cristiano avrà il compito di filmare, io di fotografare, insieme di conoscere. Ed è una realtà decisamente diversa quella che scopriremo insieme da quella che i miei connazionali possono leggere sui maggiori quotidiani o che viene trasmessa dai media televisivi. Forse la differenza è proprio con chi il giornalismo lo intende esattamente come un turista intende un viaggio organizzato, strapagato per alloggiare in lussuosi hotel, con ogni confort, autista e interprete al seguito. Proprio come il suddetto turista non vedrà molto oltre la piscina e l’animazione del club esclusivo, uguale in tutto il mondo. E questo solo per concedere a tanti colleghi quantomeno la buona fede malgrado non tutti volino esattamente al di sopra degli interessi di bottega. Il mio primo contatto con Hezbollah avviene nei pressi di quanto rimane della palazzina che era sede della televisione al-Manar prima che le bombe aeree la devastassero. I militanti del partito presiedono i lavori in tutto il quartiere e vigilano per scongiurare la presenza di eventuali sciacalli. Nessuno è armato, nessuno porta una divisa particolare, gli appartenenti ad Hezbollah possono tranquillamente essere scambiati per qualsivoglia abitante di Dakie, inevitabile che finissi a impressionare pellicola proprio al loro fianco destando attenzione. Dopo avermi gentilmente invitato a identificarmi mi viene fornito un pass della validità di due giorni per visitare il quartiere. Hezbollah funziona esattamente come uno stato nello stato, anzi appare come l’unico stato funzionante in questo disastrato paese ed il prezioso tesserino scritto in arabo mi tornerà utile in più occasioni non soltanto nelle zone controllate da Hezbollah dove l’accredito governativo non avrebbe alcun riconoscimento. Così rinnoverò i preziosi tesserini forniti dai militanti del “partito di Dio” ogni volta che ne avrò l’occasione.
La notte scende presto a Dakie, ma dalle case distrutte e dagli anfratti più remoti non fuoriescono cani randagi ad invadere le strade deserte e le piazze vuote come narra la Fallaci nella prima pagina di Inshallah, forse il più bel romanzo sulla guerra civile libanese mai scritto, ma che tale, romanzo per l’appunto, rimane. E non avendo preoccupazione alcuna oltre a quella del rientro, decido di provare il mio primo mezzo pubblico a Beirut, non soltanto per risparmiare l’usuale trattativa del prezzo con un autista, simile in tutta l’Arabia, ma non troppo diverso da un collega barese che usualmente ignora l’utilizzo del tassametro. Soltanto che mentre qui è prassi consolidata, al tassista di Bari una mezza idea di denunciarlo m’era venuta, salvo cavarmela dandogli la metà di quanto chiedeva. Anche qui, come da noi, i tassisti rimangono una categoria privilegiata, solo che qui il tentativo di Bersani non avrebbe alcun senso dato che sulle strade circolano più auto pubbliche che private, o quasi.
Il Ministero dell’Informazione offre tutto tranne che informazione, ma da qui occorre passare per accreditarsi presso le autorità governative come giornalista ed è opportuno farci meta per utilizzare i computer a disposizione della stampa ed incontrare altri colleghi con i quali scambiarsi informazioni. In questa sede conoscerò alcuni validi compagni di avventure come Veronica Banderas, free lance anche lei, che lavora per la CNN in edizione spagnola o Lorenzo Trombetta un valido giornalista. Cristiano e Veronica saranno i miei compagni d’avventure e di giorni straordinari percorrendo il paese in ogni dove.
Baalbek è un sito archeologico famoso in tutto il mondo, oltre che la patria di Hezbollah ed è dunque la prima tappa della nostra avventura insieme. Dalla capitale il viaggio sarebbe piuttosto rapido, ma la guerra ha condizionato parecchio i tempi di percorrenza anche in un fazzoletto di terra quale è il Libano. Un paese che un giorno, spero vicino, potrà tornare ad offrire al visitatore le piste da sci in montagna ed il mare nell’arco della stessa giornata. La strada che porta a Baalbek percorre la valle della Beeka sino al confine siriano ed è stata conseguentemente bombardata pesantemente nel corso del conflitto. Così ogni pochi chilometri percorsi con un traffico sufficientemente scorrevole, occorre affrontare le lunghe code che si formano a causa di numerose deviazioni causate dalle voragini provocate dai raid aerei e dai ponti crollati. Non è stato risparmiato un solo ponte da Baalbek a Beirut, anzi uno, ma ha al suo centro un enorme cratere.
L’antica Heliopolis è forse la città romana più importante del Medio Oriente ed è stato un autentico crocevia della storia dai fenici ad Alessandro Magno, ai romani, che eressero i monumentali templi meta di migliaia di visitatori prima del conflitto, sino al califfato musulmano che ridiede alla città l’originale nome siriano. Quanto è giunto sino a noi dell’antico splendore è visitabile nel parco archeologico, ma non rende, se non in qualche misura, l’idea di come doveva apparire la Città del Sole nell’antichità.
In ogni caso siamo felici che i templi che i nostri avi eressero ai loro dei in un tempo lontano, sopravvissuti ad invasioni, saccheggi, razzie, devastazioni e rovinosi terremoti, siano passati indenni anche all’ultima minaccia portata dei jet supersonici di Tel Aviv che, almeno potenzialmente, sarebbe potuta risultare ben più rovinosa di quella subita dal Khan Tamerlano nel ‘400. Immagino che l’area archeologica sia stata risparmiata per non destare lo sdegno internazionale sulla devastante campagna aerea contro il Libano protratta per oltre un mese. Non altrettanta attenzione è stata fatta nei riguardi di palazzi residenziali, scuole, fabbriche, luoghi di culto e bus di linea. Anche qui le scavatrici sono al lavoro. Anche qui sui volti della gente non leggo disperazione, soltanto serenità. Sotto le macerie ancora tante persone mancano all’appello e credo che l’esempio di questo popolo dignitoso me lo porterò dentro per tutto l’arco della mia umana esistenza. Chissà se tra tanti effetti nefandi della globalizzazione in atto, non si possa un giorno esportare un po’di dignità anche nella vecchia Europa. Soltanto un po’, sarebbe sufficiente.
Domani arriva Kofi Annan e rientriamo a Beirut per assistere alla conferenza stampa che si terrà in parlamento. L’arrivo del segretario delle Nazioni Unite è atteso senza troppi entusiasmi. Tutti nel paese hanno ben presente l’impotenza di sempre del Palazzo di Vetro di fronte all’entità sionista. Tutti sanno che i buoni propositi con Israele contano poco e la politica delle armi sembra l’unica opzione percorribile là dove le armi della politica hanno fallito. Dopotutto Tel Aviv se ne infischia delle risoluzioni Onu e da sempre Israele sembra ricettivo ad un solo linguaggio.
Per questo non fa una grinza il sondaggio pubblicato dal quotidiano libanese in lingua francese l’Orient Le Jour che disegna la popolazione divisa esattamente a metà rispetto al disarmo di Hezbollah. Se penso che gli sciiti dovrebbero essere, ed il condizionale è d’obbligo in questo paese, poco meno del trenta per cento della popolazione. Che certamente tutti i militanti di Hezbollah sonno sciiti, ma non tutti gli sciiti sono con hezbollah, perché una parte consistente è rappresentata da Hamal. Altresì che il giornale in questione è filo governativo.
Una simile percentuale è un successo indubbio per il partito nato nell’82 per cacciare gli israeliani dal Libano e oggi guidato da Nasrallah. Una crescita di popolarità dovuta certamente all’aver da solo difeso il paese dall’invasione, ma anche all’indubbia organizzazione sociale e alle capacità di comunicazione del partito. Dopo i giorni di Beirut è tempo di avviarci a sud, dove il conflitto si è svolto sul terreno. Decidiamo di visitare quella che sino a ieri è stata la linea del fronte e decidiamo di farlo nell’unico modo certo di potere spingerci il più vicino possibile agli instabili confini con la Palestina e dunque con l’occupante israeliano, con Hezbollah, grazie ai buoni contatti che il previdente Cristiano aveva maturato sin dal nostro paese con il movimento. In marcia dunque oltre il fiume Litani, dove l’esercito di Tsahal avrebbe voluto attestarsi e che raggiunse soltanto l’ultimo giorno del conflitto. Un’offensiva preparata per tentare di salvare quantomeno l’apparenza in patria della missione compiuta. Decisa a tregua già firmata e con un costo in termini di perdite sul campo molto elevato. Tuttavia la missione non era affatto compiuta e il piccolo contingente giunto in vista delle rive del fiume più importante del paese, pressoché circondato e tagliato fuori dai rifornimenti, si è potuto ritirare solo grazie al sopraggiungere della cessazione delle ostilità e del rispetto dei termini da parte di Hezbollah.
Se il partito di Dio è stato certamente più che onesto nel rispetto delle risoluzioni Onu non altrettanto posso affermare per Israele, dato che alcuni capisaldi di Tsahal sono ancora all’interno dei confini libanesi, permane il blocco navale e continuano i sorvoli aerei del paese. Una condizione che si protrarrà ben oltre il dispiegamento di Unifil 2 e che registrerà non poche tensioni tra il contingente internazionale ed i piloti israeliani sino a sfiorare in più occasione un incidente che in queste condizioni sembrerebbe inevitabile. La prima tappa del nostro tour nel sud del Libano è Qana, località tristemente assunta alle cronache per due massacri di civili compiuti dall’esercito israeliano a distanza di dieci anni. Il 30 luglio un missile ha centrato in pieno una palazzina piena di civili che ivi si erano rifugiati per cercare riparo dai bombardamenti.
E’una strage: periscono oltre sessanta civili inermi, tra i quali trentasette bambini. La terribile mattanza ricalca perfettamente quella compiuta nel precedente conflitto, il 18 aprile 1996. Un centinaio di civili cercarono allora riparo all’interno di una palazzina delle Nazioni Unite, ma trovarono la morte portata dal cielo dalla stessa mano. Anche l’uccisione di alcuni militari delle Nazioni Unite rappresenta un macabro déjà vu del precedente conflitto.
A Qana una nuova lapide si aggiungerà purtroppo alla precedente per non dimenticare le nuove vittime della pirateria israeliana. Il comando dell’esercito di Tsahal  questa volta si è permesso anche un ben pubblicizzato, quanto improbabile, lavaggio di coscienza.
Il comando militare israeliano non perde occasione per ribadire che la popolazione era stata invitata con lanci di volantini ad abbandonare la zona. Anche se i volantini che avrebbero dovuto preavvisare la popolazione civile di abbandonare i villaggi prima delle incursioni aeree sono stati lanciati praticamente in tutto il paese e occorrerebbe chiedersi non soltanto quanto tempo avevano a disposizione, ma dove avrebbe potuto cercare scampo la gente inerme, dato che i raid aerei hanno sistematicamente preso di mira anche ogni automezzo in movimento lungo autostrade e provinciali. Infatti molte vittime sono proprio coloro che hanno creduto a quei volantini trovando poi la morte a bordo di un bus, oppure della propria automobile, lungo le arterie libanesi martoriate dall’aviazione. Questo si chiama terrorismo, non reazione spropositata come vorrebbero politicanti e media nostrani. Semmai permanessero dubbi sul terrorismo israeliano, proprio l’aggressione contro il Libano fornisce innumerevoli piani di lettura dello stesso, almeno per chi intende coglierli, e perfino su come Hezbollah, che si vorrebbe inserire nella lista nera delle organizzazioni terroristiche internazionali, abbia invece mantenuto una condotta bellica più che apprezzabile.
In particolare i miliziani sciiti – e qui mi rendo conto di potere suscitare il pubblico ludibrio dei benpensanti, dei prudenti e dei poco onesti, ma è dovere riferire- sono stati più che attenti a coinvolgere il meno possibile la popolazione civile israeliana per evitare la strage indiscriminata. Un’affermazione forte, ma alla quale potrebbe arrivare chiunque eseguendo una mera conta dei centinaia di razzi lanciati oltre confine da Hezbollah sulla Palestina e paragonarla all’esiguo numero di vittime. Fatto ciò occorre fare la stessa conta per la popolazione civile libanese e a questo aggiungere che l’aviazione di Tsahal ha disseminato il sud del Libano con migliaia di bombe a grappolo che semineranno morte esclusivamente sulla popolazione civile ben oltre il termine del conflitto e per molti anni a venire, perché tale sarà il tempo per una bonifica del territorio.
E che Israele abbia voluto colpire indiscriminatamente la popolazione inerme e arrecare devastazioni volte a stroncare l’economia del paese credo nessun analista in buona fede possa metterlo in dubbio. Una tale campagna terroristica può essere riassunta utilizzando un solo verbo: il verbo odiare. Forse il Libano è visto come una minaccia a Tel Aviv e non soltanto nella capitale israeliana, non perché il paese disponga di un esercito temibile, di armi potenti o di propositi espansionistici di qualche genere, ma perché rappresenta l’esempio di convivenza possibile nella regione oltre che un possibile rivale economico. Sapere che di fronte alle coste di Tiro le navi di Tsahal hanno perfino scaricato in mare strutture in acciaio per tranciare le reti dei pescatori allo scopo di mandare in malora l’economia locale è soltanto un’ulteriore dimostrazione della correttezza di questa analisi sulla condotta bellica sionista.
La strada da Qana a Kafra, a Tibnin, è un paesaggio lunare reso ancor più desolato dalla rovine del conflitto, tuttavia in ogni villaggio donne e bambini ci salutano al passaggio a lato delle strade. Così come sembrano salutare il nostro passaggio anche le decine di bandiere gialle del partito di Dio che sventolano un po’ovunque insieme ai ritratti di Sayyed Hassan Nasrallah a celebrare la “divina vittoria”. Proseguiamo ancora più a sud verso Bint Jbail, e qui un artigliere di Tsahal ci ricorda quanto effimero sia ancora il cessate il fuoco prendendo di mira per due volte la collina di fronte al ristorante dove sostiamo per il pranzo. Quando raggiungiamo Maroun al-Ras e decidiamo di proseguire sino ad Aitaroun siamo a meno di due chilometri dal confine, la presenza del nemico diviene qualcosa che si può sentire nell’aria o cogliere negli sguardi della popolazione che con l’approssimarsi del tramonto si affretta a scomparire nelle proprie case ed a oscurare porte e finestre. Con le tenebre possono tornare gli israeliani, l’ultima incursione risale a sole tre notti addietro. Anche a noi rimane giusto il tempo di arrivare sul confine per scattare due foto fugaci facendo attenzione a far si che i nostri obiettivi non riflettano in alcun modo la luce del sole calante. Un bagliore potrebbe essere solo quello che attendono i cecchini dall’altra parte della collina. Non si vedono, ma chi ci accompagna sa che ci sono. Posso coglierlo dal sudore freddo che bagna la camicia del nostro autista. Ha fretta di voltare il muso della jeep verso lidi più sicuri.
Il sopraggiungere di un’auto proveniente dal confine, due parole in arabo, che interpreto pur non capendo, sono sufficienti per oggi: rientriamo verso il villaggio più vicino. Anche perché tra breve sarà difficile intervistare qualcuno e con la sera Aitaroun tornerà ad essere un villaggio fantasma. Giusto il tempo di visitare una casa precedentemente occupata dall’esercito israeliano e fotografare i souvenir lasciati un po’ ovunque dagli occupanti. Mobili devastati, escrementi e razioni alimentari disseminate un po’ ovunque, ma quello che preoccupa il padrone di casa è il cratere aperto in salotto da un colpo di artiglieria, oltre al sempre possibile ritorno degli indesiderati ospiti non certo le scritte lasciate dalla divisione “Golani” – del Golan- sulle pareti di casa.
Le alture del Golan, la mente corre ad altri villaggi, questa volta siriani, occupati nel lontano 1967 e mai più abbandonati dall’esercito di Tsahal. Rientriamo a Beirut, qui a sud non ci sono molti posti dove alloggiare a parte ripari di fortuna. Tra due giorni sbarcheranno i primi mille militari italiani del contingente Onu a Tiro e dobbiamo organizzarci per trasferirci in loco. Scegliamo di fare base a Sidone, che ho già visitato pochi giorni addietro, semplicemente perché è stupenda.
Da qui a Tiro occorre meno di un’oretta malgrado i problemi alla viabilità causati dall’aviazione israeliana, ed è la base ideale per attendere l’arrivo del contingente. Tiro, Sidone, nomi che richiamano magicamente la storia biblica si confondono con quella del paese che potrebbe essere una meta meravigliosa, e purtroppo non è ancora tale, semmai lo sarà. La cronaca dello sbarco è stata ripresa in mondo visione ed è stato un evento mediatico, non certo bellico.
I primi militari italiani sono infatti approdati all’interno della spiaggia privata di un villaggio turistico a pochi metri dal porto di Tiro che sorge ancora sopra l’istmo artificiale costruito a suo tempo da Alessandro il Grande per espugnare la città. Lo sbarco dei nostri marò e lagunari è anche l’occasione per osservare decine di giornalisti che in giro per il Libano non avevamo affatto incontrato, eppure è un po’che percorriamo il paese in lungo ed in largo. Gl’i nviati sono giunti qui per l’evento, alloggiano tutti, o quasi, nella stessa struttura alberghiera teatro dell’evento e immagino ripartiranno domani o al massimo domani l’altro. Dopotutto sono giunti qui per svolgere il loro compito: raccontare, qualcuno con spropositata enfasi e buone dosi di sensazionalismo, l’arrivo dei nostri militari, il resto non interessa affatto.
E’ così che l’indomani, scorrendo la rassegna stampa on line, posso leggere articoli di una banalità incredibile riguardanti il caldo, o i muscoli di una prode ragazza del nostro meridione, a firma perfino di inviati che in anni non tanto lontani avevano tenuta ben alta la bandiera del giornalismo di guerra. Si sa, con il successo, addio anche al vecchio spirito da free lunce d’assalto e si inizia a scrivere semplicemente quello che chiede il proprio editore. Tuttavia la tragedia del libano non è affatto terminata con l’approdo ed il prossimo dislocamento militare nel Libano meridionale, perché essa è parte di un conflitto ben più ampio tra gli Stati Uniti ed i loro alleati israeliani contro la Repubblica Iraniana che anche grazie all’intervento sconsiderato di Washington sui delicati equilibri regionali in Afghanistan ed Iraq ha trovato la strada ben sgombra per la realizzazione delle proprie aspirazione di potenza regionale. Legittime aspirazioni per carità, ma i signori della guerra d’oltre Oceano e di Tel Aviv non la pensano affatto come me.
Per questo l’aggressione militare contro il Libano è stata la prova generale di un conflitto più ampio e che è già in atto de facto, anche se rimangono spiragli, pur deboli, e tra questi il passo falso di Tsahal nel primo round libanese, per evitare l’escalation militare che infiammerebbe in modo irreversibile l’intera regione. Ma i guai per il contingente internazionale di Unifil II potrebbero iniziare anche molto prima, insieme a quelli del debole e corrotto governo di unità nazionale, ma potremmo definirlo di tregua nazionale, che potrebbe sgretolarsi presto, incalzato dagli stessi partiti sciiti, più forti che mai dopo la “Divina Vittoria”, e dai loro alleati con in testa i maroniti del generale Michel Aoun. Anche perché il fronte che si antepone a quello del “14 marzo”, sorto dopo l’attentato ad Hariri, fatti i debiti conti, avrebbe la maggioranza nel paese, alla quale non corrisponde oggi un adeguato potere decisionale. Salvo sempre possibili imprevisti naturalmente, perché il complesso mosaico etnico-confessionale libanese, assorbe da sempre anche tutte le divisioni e conflittualità del mutevole scacchiere mediorientale.  
Walter Maggi
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martedì, 22 maggio 2007

Italia Africa

“Italia Africa" è un progetto sostenuto dal Comune di Roma, oltre che da enti, associazioni e comunità.
Roma è stata la prima capitale occidentale, fin dal 2004, a promuovere una grande manifestazione popolare per focalizzare l’attenzione del mondo sulla liberazione dei popoli africani dalla povertà, dalla fame, dalle malattie e dalle guerre.
Nella settimana d’eventi dedicati ai paesi africani, quale occasione a livello internazionale per far conoscere la politica di sviluppo e di cooperazione attuata, le Biblioteche di RomaAssessorato alle politiche culturali contribuiscono alla realizzazione della manifestazione con mostre, presentazioni di libri, letture.

Il programma completo:

Biblioteca Franco Basaglia – Via F. Borromeo 67

Sabato 19 maggio - Ore 10
“Meglio perdere il cappello che la testa”: mostra fotografica e proiezione video
Presentazione con Eugenio Melandri, Massimiliano Troiani, Fabio Lazzara e Padre Venanzio Dilani

Biblioteca Sandro Onofri – Via Lilloni 39/45

Sabato 19 maggio – Ore 18.30
Gruppo Musicale STEVE & FRIENDS e Gruppo di danza africana UMU AFRICA / KA ANY BIRIWE NDU

Biblioteca Villa Leopardi – Via Makallè

In collaborazione con Municipio Roma II

Lunedì 21 maggio – Ore 19
proiezione-video “Spiritual Soul of Africa”
fotografia di Fabrizio Sbrana

ore 19.15 Presentazione della rivista semestrale “AFRO”
con Carlo Cotticelli, vicepresidente del Municipio Roma 2, Alessandro Marcangeli, vicedirettore di
Afro
, Nella De Angeli, giornalista, Paolo Dieci, direttore cisp (comitato internazionale per lo sviluppo
dei popoli), Fabrizio Sbrana, fotografo

ore 20.30 Buffet etiopico

Biblioteca Enzo Tortora – Via Zabaglia 27 b

Mercoledì 23 maggio- Ore 19
“Scritti d’Africa”
presenta “Madre Piccola” di Cristina Ali Farah
Partecipano Anna Fresu e l’Autrice


Biblioteca Villa Leopardi – Via Makallè 2

In collaborazione con Municipio Roma II, LIDU2

Giovedì 24 maggio - Ore 11
“La giornata di un bambino africano”
, lettura di fiabe con Ruben Rigillo

Ore 19 Presentazione del progetto sull’istruzione in Tanzania: “KUSOMA NI UHURU. Leggere è
libertà”
a cura di LIDU2. Lettura di poesie di autori africani a cura di Ruben Rigillo

Ore 20,30 Buffet etnico

Ore 21 Concerto di musica africana con i “TAM TAM”

Biblioteca Flaminia – Via Fracassini 9

Venerdì 25 maggio – Ore 17
“Rwanda: una biblioteca per la Casa della Pace e della Riconciliazione"
Con Patrizia Salierno (Progetto Rwanda), Ancilla Mukarubuga (Turi Hamwe), Paola Montecorboli
(Biblioteche Solidali)
VIDEO “Rwanda: il coraggio delle donne” di Uliano Pauluzzi

Biblioteca Enzo Tortora – Via Zabaglia 27 b

Venerdì 25 maggio – Ore 19
Presentazione di “L’ultimo mondo” di Marco Cochi
con Cristiano Tinazzi, giornalista, collaboratore del settimanale Left, Fatoumata Guire, Associazione AIDOS e l’Autore
Incontro tra i popoli
In collaborazione con Comitato promotore Italia Africa; Provincia di Roma;
Municipio delle Torri, Biblioteca Rugantino, Biblioteca Borghesiana

Lunedì 21 maggio

Il partenariato tra i popoli per l’autosviluppo dell’Africa
Ore 11-15
Teatro Tor Bella Monaca
Ore 16-19
Sala Cinema Municipio delle Torri

Martedì 22 maggio

Ore 10 Annullamento del debito estero e cooperazione decentrata
Provincia di Roma – Palazzo Valentini

Venerdì 25 maggio

Ore 15-23
Incontro tra i Popoli
Presidio culturale, con stand informativi, mercatino di artigianato e spazi per la degustazione di cibi
africani.

Esibizioni musicale di Gruppi Africani, performance teatrali, animazione e giochi per bambini
Tor Bella Monaca - Piazza Giovanni Castano

http://www.internetculturale.it/generaNews.jsp?s=14&id=505#

 

 

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giovedì, 17 maggio 2007

Novità in libreria

un comportamento irragionevole - Don McCullinUn comportamento irragionevole è una straordinaria autobiografia di uno dei più grandi fotografi di guerra del nostro tempo.
“Vedere, osservare ciò che altri non riuscirebbero a vedere: è qui il senso della mia intera vita di reporter di guerra”. Così scrive Don McCullin e certamente i reportage compiuti sui diversi fronti – Cipro, Congo, Biafra, Sudest asiatico, Irlanda del Nord, Afghanistan, Medio Oriente, El Salvador – lo testimoniano in modo impeccabile. Negli ultimi trent’anni si è più volte conquistato la reputazione di “irragionevole” per la capacità di andare avanti, senza considerare paure o riguardi speciali, in situazioni pericolose, pur di testimoniare le storie degli esseri umani, anche i più derelitti e dimenticati.
Don McCullin ci racconta la sua straordinaria vita con profondità e schiettezza, dall’infanzia dura nei sobborghi di Londra, alle prime fotografie dei gruppi giovanili, ai “veri” fronti caldi di guerra come corrispondente per i giornali inglesi, fino agli anni più recenti e ai paesaggi della campagna inglese, soggetto preferito delle sue ultime fotografie.
Accanto all’avventura fotografica c’è quella esistenziale, profondamente intrecciata alla prima, sorprendente e dura anche questa. Scelte di vita, incontri, amori, svolte professionali: Un comportamento irragionevole è la rivelazione di uno dei più importanti testimoni della nostra storia. Lo stile è immediato, senza compromessi, brillante e onesto, proprio come sono le sue incredibili fotografie.

Don McCullin
Un comportamento irragionevole
Formato: 21 x 24,5 cm
383 pagine
95 fotografie in b/n
Prezzo euro 32,00
Editore: Contrasto

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domenica, 06 maggio 2007

Russia: proibito parlare

Gli ultimi articoli di Anna Politkovskaja, giornalista russa inflessibile, critica del Cremlino. Stava per pubblicare un'inchiesta sulle torture perpetrate dai russi in Cecenia. Un lavoro prezioso e pericoloso interrotto la sera del 7 ottobre 2006, quando un killer l'ha assassinata davanti alla sua abitazione a Mosca. Un omicidio con i connotati del delitto su commissione.

"Alcune anziane donne se ne stanno sedute in fila lungo la parete di un edificio statale...Abiti gia' usati e scartati da qualcun altro. Sui loro volti e' impressa l'immagine del vicolo cieco in cui si trovano. C'e un'atmosfera disperata, da reparto suicidi. Siamo a una riunione di Casa nostra, un'associazione di 53 famiglie a cui un giorno si sono uniti alcuni profughi "di fede e lingua russa" provenienti dalla Cecenia.... Taisija Iosifinova Tolstova ha 81 anni. Ci sente, ci vede, cammina. Ed e' molto attiva. Ha una ferita riportata nella Grande guerra patriottica contro l'invasione nazista e vanta 58 anni di anzianita' lavorativa, di cui trenta in Siberia...".

Alla riunione Vanda Petrovna e' rimasta seduta per alcune ore senza muoversi. Tutti parlavano, lei restava in silenzio. Ha un portamento altero, begli occhi e uno sguardo duro. Un tipo intransigente. Ma poco a poco si e' innervosita, poi demoralizzata. "Sono senza casa. Una emarginata, una mendicante. Per me non ci sono ne' sogni ne' vita. Neppure un po' di riposo". Dice con grande sforzo. Ha la pressione alta...Prima avevo tutto...Quando la situazione a Grozny si e' fatta troppo difficile, i miei vicini mi hanno caricata su un treno e mi hanno spedito da mia figlia...

Vanda Petrovna dorme in un piccolo divano con il nipote di dodici anni. Sul divano accanto dorme il nipote piu' piccolo. In quella minuscola stanzetta c'e' posto solo per dormire. Non ci si puo' sedere da nessuna parte. Per una persona anziana e malata come lei tutto questo e' insopportabile. Cosi', ormai allo stremo delle forze, Vanda Petrovna e' convinta di essere solo un peso per la figlia e la sua famiglia.

" Sono molto malata, di sicuro presto saro' paralizzata. Finche' mi reggevo sulle mie gambe, per non essere di peso a nessuno raccoglievo bottiglie. Ma avevo comunque bisogno delle medicine. Perche' lo stato ci ha scaricati sulle spalle dei nostri figli? Non riesco a capirlo...Perche' non posso avere un buco dove stare? Non mica stata io a distruggere tutto quello che avevo a Grozny".

Valentina Petrovna Kuznecova e' gracile e bella. Non si toglie il fazzoletto dalla testa, non si sfila l'impermeabile, tiene sempre le mani giunte, le labbra serrate, come sotto chiave. Si trattiene per non scoppiare in lacrime. Un rossore le infiamma le guance. Ha i brividi e stringe le braccia al petto per tutto il tempo, anche se gli altri sudano per il caldo. La malnutrizione cronica e' la sua compagna di strada...

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....Di solito gli oligarchi non fanno lo sciopero della fame: lo fanno solo le persone comuni. Eppure in Russia, negli ultimi sei mesi, lo sciopero della fame e' diventato l'unico mezzo con cui difendere la liberta' di espressione nel rispetto della legalita' costituzionale...

Cosi' in Russia, nel 2005, lo sciopero della fame e' diventato un buon metodo per dire ad alta voce cosa si pensa o perche' si protesta. E' un metodo universale e molto comodo: non serve autorizzazione da parte delle autorita', visto che la legge sulle manifestazioni non lo richiede. Lo sciopero della fame e' la cosa piu' giusta da fare anche per un altro motivo: in quest'epoca di esibizionismo generalizzato tutti si sospettano l'un l'altro. Invece in uno sciopero della fame non c'e' esibizionismo... 

...I prigionieri della colonia penale di Lgov hanno intrapreso uno sciopero della fame perche' li torturavano. Le ripercussioni che hanno dovuto subire sono state pesanti, ma almeno le torture sono diminuite...

Gli abitanti della cittadina di Rasskaz hanno indetto uno sciopero della fame dopo essere stati picchiati dalle forze dell'ordine. Alla polizia hanno dichiarato: "Non tollereremo piu' le offese e le violenze"....

Il 25 agosto Platon Lebedov uscira' dalla cella di rigore...io ne comincero' uno mio personale. In segno di solidarieta' verso di loro. E non c'e' bisogno che mi crediate. Non mi mettero' di certo a divorare del formaggio di nascosto in bagno. Il mio sciopero della fame e' un impegno con il mio "io"...Mi auguro che, prima o poi, anche voi sentiate lo stesso bisogno".


Anna Politkovskaja, Novaja Gazeta

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